Parigi, 22 agosto 1911, un martedì mattina come tanti. Il pittore Louis Béroud entra al Louvre con il proprio cavalletto, diretto al Salon Carré, la sala dove è appesa la Gioconda. Davanti a lui c’è solo uno spazio vuoto: quattro ganci di ferro ancora attaccati al muro, nessun quadro. Passano le ore prima che i responsabili del museo si arrendano a un’evidenza che sembra impossibile: la Gioconda di Leonardo da Vinci è stata rubata. Il ladro, si scoprirà, è Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano. Più di un secolo dopo, in quella stessa ala del museo, qualcun altro tornerebbe a colpire.
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Due furti clamorosi, la stessa identica galleria, centoquattordici anni di distanza: il furto storico del 1911, opera, secondo la versione più diffusa, di un solo uomo, e quello recentissimo del 19 ottobre 2025, ottantotto milioni di euro in gioielli della corona di Francia ancora oggi non ritrovati.
- 1911Il furto del secolo
- 1913-14Il ritorno in Italia e la nascita di un mito
- NovecentoUn museo mai smesso di essere derubato
- 2025Il furto dei gioielli della corona
- OggiLe indagini e il tesoro ancora scomparso
Peruggia e il furto del secolo (1911)
All’inizio del Novecento il Louvre non era soltanto un museo, ma un antico palazzo reale stratificato in secoli di ampliamenti, con chilometri di corridoi e scale di servizio che nemmeno il personale conosceva sempre a memoria. Le opere più preziose non erano protette come lo sono oggi: la Gioconda era appesa direttamente al muro del Salon Carré con quattro semplici ganci metallici, protetta soltanto da un vetro installato pochi anni prima. L’uomo che se ne accorse meglio di chiunque altro si chiamava Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano originario di Dumenza, vicino a Varese, emigrato a Parigi in cerca di lavoro. Tra il 1908 e il 1911 aveva lavorato saltuariamente al Louvre per la ditta che installava le protezioni di vetro sui dipinti più importanti, e pare fosse stato lui stesso, secondo la ricostruzione più accreditata, a montare la teca che proteggeva la Gioconda pochi anni prima di tornare in quella sala per portarsela via.

Peruggia portò il dipinto nel proprio appartamento parigino e lo nascose nel doppio fondo di un baule, dove rimase per oltre due anni, a pochi metri dal proprio letto, mentre l’intera Francia lo cercava senza saperlo custodito a pochi isolati dal Louvre stesso. La polizia si concentrò a lungo su piste sbagliate, reti di trafficanti tedeschi, collezionisti americani senza scrupoli, mentre la realtà era molto più semplice: un solo operaio che agì per convinzione personale (lo storico James Zug ricostruisce invece un furto in tre, con due fratelli italiani come complici: ne parliamo più sotto). Peruggia stesso dichiarò alle autorità di credere, erroneamente ma in buona fede, che la Gioconda fosse stata rubata da Napoleone all’Italia, e che il proprio gesto fosse un atto di giustizia. In realtà fu lo stesso Leonardo da Vinci a portare il dipinto in Francia, dove morì nel 1519 ospite del re Francesco Primo, che lo acquistò poi dagli eredi dell’artista: nessun saccheggio napoleonico c’entrava.
Il ritorno in Italia e la nascita di un mito (1913-1914)
Alla fine del 1913 Peruggia contattò l’antiquario fiorentino Alfredo Geri, presentandosi con un nome falso e offrendogli quella che definiva “la vera Gioconda”. Geri coinvolse Giovanni Poggi, allora direttore della Galleria degli Uffizi, che riconobbe l’autenticità dell’opera confrontando il retro del pannello con la documentazione tecnica del Louvre. Peruggia venne arrestato immediatamente; il processo, celebrato in Italia in un clima di sentimento nazionalista diffuso, lo condannò a una pena mite, poco più di sette mesi in appello, di cui aveva già scontato buona parte in custodia cautelare. La Gioconda venne esposta trionfalmente agli Uffizi, poi a Roma e a Milano, prima che il governo italiano decidesse di restituirla alla Francia, dove fece ritorno nel gennaio 1914 con un cerimoniale quasi da stato.

Prima del furto del 1911 la Gioconda era un’opera apprezzata, ma non ancora, nell’immaginario popolare, il dipinto più famoso del mondo. Fu proprio il furto, con la sua eco mediatica planetaria, a trasformarla nell’icona globale che conosciamo oggi, e fu proprio quella fama a rendere il Louvre, da allora in avanti, un bersaglio permanente nella fantasia di ogni potenziale ladro d’arte. Un bersaglio che, esattamente centoquattordici anni dopo, sarebbe tornato a essere colpito.
Un museo che non ha mai smesso di essere derubato
Il furto di Peruggia, per quanto il più celebre, non fu un episodio isolato nella storia del Louvre: negli anni precedenti il museo era già stato bersaglio di piccoli furti, e nel corso del Novecento continuò a fare i conti, periodicamente, con effrazioni e colpi organizzati contro altre sale. È in questa storia carsica di piccoli e grandi furti che si inserisce l’espressione che molti giornalisti francesi hanno usato per descrivere la vicenda: la maledizione del Louvre. Non una maledizione soprannaturale, ma una vulnerabilità strutturale che il museo si trascina fin dalla sua nascita come reggia trasformata in spazio pubblico: settantatremila metri quadrati di superficie espositiva, il museo più visitato del pianeta, un patrimonio che nessuna quantità ragionevole di personale e tecnologia può proteggere al cento per cento.
Il furto dei gioielli della corona (2025)
Domenica 19 ottobre 2025, poco dopo le nove e trenta del mattino, un camion dotato di piattaforma elevatrice, del tipo usato dalle ditte di traslochi, si posiziona sotto un balcone del Louvre affacciato sulla Senna, all’altezza della Galleria di Apollo, l’ala dorata voluta nel Seicento da Luigi Quattordicesimo dove sono custoditi i gioielli della corona di Francia. Due uomini in giubbotto arancione, scambiati dai passanti per operai edili, salgono sulla piattaforma, forzano una finestra con una smerigliatrice angolare e raggiungono le vetrine. L’intera operazione, dall’ingresso alla fuga in scooter, dura meno di sette minuti.

I due ladri portano via otto pezzi dei gioielli della corona, tra cui il parure delle regine Maria Amalia e Ortensia, gli smeraldi dell’imperatrice Maria Luisa e il diadema dell’imperatrice Eugenia: un valore complessivo stimato in ottantotto milioni di euro, oltre ottomilaquattrocento diamanti e trentacinque smeraldi. Non toccano il diamante Régent, oltre centoquaranta carati, forse perché troppo ingombrante o troppo riconoscibile per essere mai rivenduto. Nella fuga lasciano cadere la corona dell’imperatrice Eugenia, tempestata di millecinquecentotrentaquattro diamanti, ritrovata danneggiata ma recuperabile pochi istanti dopo.
Le indagini, gli arresti e il tesoro ancora scomparso
Il ministro della giustizia francese, Gérald Darmanin, definisce l’accaduto “incredibile”, ammettendo che le istituzioni “hanno fallito”. Le indagini procedono rapidamente: tracce di DNA recuperate da un casco abbandonato sulla scena portano, nel giro di una settimana, all’identificazione e all’arresto di due sospettati sulla trentina, provenienti dalla periferia di Parigi e già noti alle forze dell’ordine. Uno dei due viene bloccato il 25 ottobre 2025 all’aeroporto Charles de Gaulle, mentre sta per imbarcarsi su un volo per l’Algeria. Le indagini si allargano nelle settimane successive, portando all’arresto di altri sospettati, tra cui un presunto organizzatore soprannominato “Laser”.
Nonostante gli arresti, al momento di questo racconto gli otto gioielli della corona di Francia non sono mai stati ritrovati: non si sa se siano ancora intatti, nascosti in attesa che l’attenzione mediatica si plachi, oppure già smontati pietra per pietra e immessi sul mercato nero. Un’inchiesta parlamentare, conclusa nel febbraio 2026, porta alla luce carenze sistemiche nella sicurezza del museo, comprese telecamere non funzionanti proprio sul lato affacciato sulla Senna; la direttrice del Louvre rassegna le dimissioni pochi giorni dopo. La Galleria di Apollo riapre al pubblico il 22 luglio 2026, ma con le vetrine dei gioielli della corona ancora vuote o riempite da repliche.
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Scopri il libro su AmazonVincenzo Peruggia tornò in Francia dopo aver scontato la pena in Italia, si sposò, ebbe una figlia e visse il resto della vita lontano dai riflettori, fino alla morte nel 1925, quattordici anni dopo il furto che lo aveva reso, per qualche mese, l’uomo più discusso d’Europa. Due furti, centoquattordici anni di distanza, la stessa ala di uno stesso museo: nel primo caso un solo uomo mosso da una convinzione sbagliata ma sincera, nel secondo una banda organizzata armata di attrezzi da cantiere. Eppure lo stesso, identico punto debole sfruttato in entrambi i casi: la distanza incolmabile tra la grandezza simbolica di un tesoro e la fragilità concreta degli spazi in cui viene custodito.
Cosa dicono le fonti: quanti erano i ladri e come fu preso
Il furto del 1911 ha due versioni. Quella più diffusa, ripresa dal racconto di History.com, vede Vincenzo Peruggia entrare da solo nel Louvre, togliere il quadro dal muro, nasconderlo sotto i vestiti e uscire. Lo storico James Zug, nell’articolo per Smithsonian Magazine del 2011 e nell’intervista a NPR, ricostruisce invece un colpo a tre: Peruggia e due fratelli italiani, Vincenzo e Michele Lancelotti. Secondo Zug i tre passarono la notte in un ripostiglio vicino al Salon Carré e uscirono lunedì 21 agosto 1911, giorno in cui il museo era chiuso ai visitatori. Indossavano camici bianchi da operai, staccarono il quadro dal muro, ne strapparono la teca di vetro e la cornice, e Peruggia lo nascose sotto la giacca. Il furto fu scoperto solo il giorno dopo, perché al Louvre il lunedì non entrava il pubblico.
Anche la cattura è raccontata in modo concorde da più fonti. Peruggia fu preso quando, come scrive PBS, contattò a Firenze il mercante d’arte Alfredo Geri; per History.com Geri aveva ricevuto una lettera di un uomo che si firmava “Leonardo”, che diceva che il quadro era a Firenze e sarebbe stato restituito dietro un riscatto. Secondo Smithsonian furono necessari ventotto mesi prima dell’arresto. History.com ricorda che Peruggia sostenne di avere agito per dovere patriottico.
Le fonti
Cronologia del 1911 e del 2025 verificata su fonti giornalistiche e storiche. I link portano a pagine aperte e controllate; dove le fonti divergono lo diciamo nel testo.
- James Zug, Stolen: How the Mona Lisa Became the World’s Most Famous Painting, Smithsonian Magazine, 2011. ricostruzione del furto del 21 agosto 1911
- NPR (con James Zug), The Theft That Made The ‘Mona Lisa’ A Masterpiece, NPR, All Things Considered, 2011. intervista a Zug: i tre uomini e la notte nel ripostiglio
- History.com, Theft of “Mona Lisa” is discovered, History.com, This Day in History, 2026. la versione del ladro solitario e la cattura a Firenze
- PBS, The Mona Lisa Mystery: Theft of the Mona Lisa from the Louvre, PBS, Secrets of the Dead, 2014. Peruggia preso quando contatta il mercante Alfredo Geri
- Artforum (News Desk), Louvre Reopens Now-Empty Apollo Gallery Nine Months After Jewel Heist, Artforum, 2026. il furto del 19 ottobre 2025: sette minuti, gioielli ancora introvabili
- AFP, Crushed but not lost: Imperial crown damaged in Louvre heist set for full restoration, Gulf News, 2026. la corona dell’imperatrice Eugenia lasciata cadere dai ladri
- Laura Sharman, Louvre releases photos of mangled crown left behind by heist thieves, CNN, 2026. le foto della corona danneggiata



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