Whitechapel a Londra nel 1888, teatro dei delitti di Jack lo Squartatore

Chi era Jack lo Squartatore? La Vera Storia del Caso mai Risolto

Londra, Whitechapel, la notte fra il 30 e il 31 agosto 1888, poco prima delle quattro del mattino. Un carrettiere che passa per Buck’s Row trova sul marciapiede il corpo di una donna. Nel giro di poche settimane altre quattro donne verranno uccise a poca distanza da lì, in mezzo a un quartiere popolare, con centinaia di agenti di polizia già sulle tracce dell’assassino. Nessuno verrà mai arrestato. Nessuno verrà mai identificato con certezza. E il nome con cui il mondo ricorda ancora oggi quel caso, “Jack the Ripper”, non lo scelse l’assassino: lo inventò, quasi certamente, un giornalista.

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Questa è la storia degli omicidi di Whitechapel del 1888: cinque donne uccise in poche settimane, un’indagine di Scotland Yard che non porta mai a un arresto, e un caso che centotrentotto anni dopo continua a dividere storici e scienziati.

In questo episodio
  • 1888Whitechapel, un quartiere sotto assedio
  • 1888Le cinque vittime canoniche
  • 1888Il nome di Jack lo Squartatore nato da una lettera falsa
  • 1894I sospetti mai provati
  • 2014Lo scialle, il DNA e il dibattito ancora aperto

Whitechapel, 1888: un quartiere sotto assedio

Nell’autunno del 1888 Whitechapel è uno dei quartieri più poveri di Londra: strade strette, alloggi popolari sovraffollati, migliaia di persone che vivono alla giornata in “doss house” da pochi penny a notte. È in questo contesto che, la notte fra il 30 e il 31 agosto, viene trovato il corpo di Mary Ann Nichols, quarantatré anni, separata dal marito e madre di cinque figli: quella notte non aveva i pochi penny necessari per il proprio letto, ed era tornata in strada a cercarli. Gli storici la considerano la prima delle “cinque vittime canoniche” del caso, escludendo un’aggressione precedente, il 3 aprile dello stesso anno, ai danni di una donna di nome Emma Smith: morì per le conseguenze, ma prima di spirare raccontò di essere stata attaccata da un gruppo di uomini, non da un assalitore solitario, ed è per questo che la maggior parte degli storici non la conta fra le vittime di Jack lo Squartatore.

Dipinto di una strada acciottolata di notte con lampioni a gas, biancheria stesa fra le case e passanti
Illustrazione dell’episodio: un vicolo di quartiere popolare di notte, a evocare Whitechapel nel 1888; non è una fotografia d’epoca.

Nei giorni di panico crescente che seguono, il quartiere comincia a parlare di un uomo soprannominato “Leather Apron”, descritto da alcune prostitute della zona come minaccioso. Il 10 settembre un sergente arresta un calzolaio ebreo di origini polacche, John Pizer, convinto che sia lui: viene presto scagionato, con un alibi solido, ma la stampa ha già pubblicato il suo nome e la sua fotografia, alimentando l’ostilità verso la comunità ebraica immigrata del quartiere. È lo stesso clima che, poche settimane dopo, convincerà il commissario Charles Warren a cancellare in fretta una scritta murale trovata vicino a uno dei corpi, per timore di violenze antisemite.

Le cinque vittime canoniche

Otto giorni dopo Nichols, l’8 settembre, viene trovato in Hanbury Street il corpo di Annie Chapman, 47 anni, malata da tempo di una patologia polmonare cronica. Nella notte fra il 29 e il 30 settembre, in meno di un’ora e a poca distanza l’una dall’altra, vengono scoperti i corpi di Elizabeth Stride, immigrata svedese di 44 anni, ed Catherine Eddowes, 46 anni, rilasciata da una stazione di polizia meno di un’ora prima di essere uccisa. Vicino al corpo di Eddowes, un agente trova un messaggio scritto con il gesso su un muro, che accusa genericamente “gli ebrei”: temendo violenze antisemite nel quartiere, Charles Warren lo fa cancellare prima dell’alba, prima ancora che possa essere fotografato con cura, privando per sempre gli investigatori di una prova che oggi potrebbe dire molto di più. L’ultima delle cinque, Mary Jane Kelly, poco più che venticinquenne, viene uccisa la mattina del 9 novembre non in strada ma nella propria stanza di Miller’s Court, l’unica delle cinque a morire al chiuso.

Il nome di Jack lo Squartatore nato da una lettera falsa

Fra il primo omicidio e il “doppio evento” di fine settembre, la Central News Agency di Londra riceve una lettera firmata con un nome che nessuno aveva mai usato prima: “Jack the Ripper”. La maggior parte degli storici ritiene che non l’abbia scritta il vero assassino, ma un giornalista, per rendere la storia più vendibile: nel 1910 l’ex capo del dipartimento investigativo della polizia metropolitana, Robert Anderson, scrisse nelle proprie memorie di essere convinto che si trattasse dell’invenzione di “un intraprendente giornalista londinese”, e nel 1931 un giornalista di nome Fred Best rivendicò in un’intervista di essere stato l’autore, insieme a un collega, proprio per “tenere viva la storia”. Nelle settimane successive alla pubblicazione della lettera, la polizia londinese fu sommersa da centinaia di lettere simili, quasi tutte opera di burloni: solo una, la cosiddetta “From Hell letter” ricevuta il 18 ottobre insieme a metà di un rene umano conservato sotto sale, non ha mai raccolto lo stesso consenso storiografico sulla sua natura di bufala.

Dipinto di una grande pila di lettere con sigilli di ceralacca e una lente d’ingrandimento accanto a una lampada a olio
Illustrazione dell’episodio: una pila di lettere e buste sul tavolo di un ufficio, con una lente, a evocare le centinaia di messaggi inviati alla polizia e alla stampa.

L’indagine di Scotland Yard e i sospetti mai provati

Charles Warren mise in campo un dispiegamento di forze imponente per l’epoca: centinaia di agenti in borghese, volantini porta a porta, persino segugi addestrati, rivelatisi inutili nelle strade affollate del quartiere. Nessun arresto venne mai formalizzato, e la pressione pubblica sulla polizia portò lo stesso Warren a dimettersi pochi giorni dopo l’omicidio di Mary Kelly. Nel 1894, sei anni dopo la fine degli omicidi, l’alto funzionario di Scotland Yard Melville Macnaghten scrisse un memorandum interno in cui indicava tre nomi come i sospetti più credibili secondo la polizia dell’epoca: Montague John Druitt, un insegnante morto suicida nel Tamigi poche settimane dopo l’ultimo omicidio, la cui famiglia, secondo Macnaghten, sospettava di lui pur senza prove concrete; Aaron Kosminski, un immigrato ebreo polacco residente a Whitechapel, internato in manicomio nel marzo 1889 per gravi disturbi psichiatrici, la cui candidatura si basa quasi interamente sul vivere “nel quartiere giusto, nel momento giusto”; e Michael Ostrog, un medico russo con precedenti penali per truffe e piccoli furti, ma senza alcun episodio di violenza reale nel proprio casellario. Nessuno dei tre fu mai arrestato, processato o condannato: il memorandum, pur pieno di errori fattuali riconosciuti dagli stessi storici, resta comunque uno dei documenti più citati sul caso, semplicemente perché rappresenta l’opinione più autorevole espressa dall’interno dell’indagine originale. Un’opinione, però, non è una prova.

Dipinto di una scrivania di legno con un foglio manoscritto sigillato, libri, un calamaio e una lampada da banchiere verde
Illustrazione dell’episodio: un foglio manoscritto su una scrivania, a evocare il memorandum interno di Scotland Yard del 1894.

Il caso oggi: lo scialle, il DNA e il dibattito ancora aperto

Per più di un secolo il caso resta fermo a quel punto. Poi, nel 2007, l’autore e appassionato di true crime Russell Edwards acquista all’asta uno scialle di seta attribuito, secondo una tradizione familiare mai del tutto documentata, a Catherine Eddowes. Affida il tessuto a un biochimico dell’università Liverpool John Moores, Jari Louhelainen, e successivamente a David Miller dell’università di Leeds, per un’analisi del DNA delle tracce biologiche presenti. Nel 2014, nel libro “Naming Jack the Ripper”, Edwards annuncia che l’analisi genetica identificherebbe proprio Aaron Kosminski, uno dei tre sospetti del memorandum Macnaghten, come l’autore dei delitti. Ma lo scialle è stato conservato, maneggiato e forse esposto per oltre un secolo da un numero imprecisato di persone, senza una prova documentale continuativa che lo colleghi con certezza a Eddowes fin dalla notte della sua morte. Quando Louhelainen e Miller pubblicano infine i propri dati sul Journal of Forensic Sciences, un gruppo di genetisti specializzati in DNA antico definisce nel 2019 la metodologia utilizzata “praticamente impossibile da pubblicare” secondo gli standard del settore, e la rivista accompagna l’articolo con una rara nota ufficiale di cautela verso i lettori. Il dibattito, a fine 2025, resta apertissimo.

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Mary Ann Nichols, Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly non hanno mai avuto giustizia. Il loro assassino, chiunque fosse, non fu mai chiamato a risponderne. Centotrentotto anni dopo, il caso di Jack lo Squartatore resta esattamente dove si era fermato la mattina del 9 novembre 1888: senza un nome, e senza una risposta certa.

Cosa dicono i documenti: il memorandum, le lettere e lo studio sullo scialle

Il memorandum di Macnaghten porta la data del 23 febbraio 1894 e nasce per scagionare un altro uomo: fu scritto in risposta agli articoli con cui il giornale The Sun aveva indicato come Squartatore un certo Thomas Cutbush, processato nell’aprile 1891 per aver ferito una giovane. Nel testo Macnaghten elenca tre uomini che a suo giudizio erano più probabili di Cutbush. Di Druitt scrive che era “said to be a doctor & of good family”, cioè un medico di buona famiglia; in realtà era un insegnante e avvocato fallito, di trentun anni e non di quarantuno. Sopravvivono due versioni del documento, quella Aberconway, scoperta nel 1959, e quella di Scotland Yard, vista da Donald Rumbelow nel 1975, e nella prima compare la frase “I am inclined to exonerate the last two”, cioè Kosminski e Ostrog.

Anche le lettere hanno il loro fascicolo. Nel 2018 il linguista forense Andrea Nini, dell’Università di Manchester, ha analizzato 209 messaggi firmati Jack the Ripper e ha trovato costrutti linguistici in comune fra la lettera “Dear Boss” e la cartolina “Saucy Jacky”: per questo ritiene che le due siano opera della stessa persona, probabilmente non l’assassino. Si tratta della vecchia ipotesi del giornalista: secondo Sky HISTORY e Wikipedia, nel 1913 l’ex ispettore capo John Littlechild disse al giornalista George Sims di credere che l’autore fosse John Bullen, della Central News Agency, e nel 1931 Fred Best avrebbe dichiarato di avere scritto le lettere con un collega dello Star per “tenere in vita l’affare”. La confessione di Best è riportata, non verificata.

Quanto allo scialle, il lavoro di Louhelainen e Miller è uscito online sul Journal of Forensic Sciences il 12 marzo 2019, dopo l’annuncio nel libro di Edwards del 2014. La rivista ha poi pubblicato un commento critico, nel 2020, una “Expression of Concern” sull’articolo, nel 2024 (PMID 39132924), e una correzione, nel 2025 (PMID 40186396). Per questo l’identificazione di Kosminski resta un’ipotesi.

Le fonti

Fonti usate per il fact-check dell’episodio. I link portano a pagine che abbiamo aperto e controllato; gli articoli scientifici sono citati per esteso, con il numero PubMed quando serve.

  • Jason Daley, Were the Jack the Ripper Letters Fabricated by Journalists?, Smithsonian Magazine, 2018. sullo studio linguistico di Andrea Nini su 209 lettere
  • Andrea Nini, An authorship analysis of the Jack the Ripper letters, Digital Scholarship in the Humanities 33(3), 2018. lo studio originale dell’Università di Manchester
  • Melville Macnaghten, The Macnaghten Memoranda, trascrizione del memorandum del 23 febbraio 1894, Casebook: Jack the Ripper, 1894. il documento di Scotland Yard con i tre sospetti
  • Sky HISTORY, Is Jack The Ripper’s ‘Dear Boss’ letter genuine?, Sky HISTORY TV Channel, 2026. le ipotesi sull’autore della lettera, da Littlechild a Fred Best
  • Wikipedia, Dear Boss letter, voce dell’enciclopedia, consultata l’11 ottobre 2026 come indice di partenza, 2026. con le note sulle fonti d’archivio
  • Jari Louhelainen, David Miller, Forensic Investigation of a Shawl Linked to the “Jack the Ripper” Murders, Journal of Forensic Sciences (PMID 30859587), 2019. lo studio sul DNA dello scialle, uscito online il 12 marzo 2019
  • Russell Edwards, Naming Jack the Ripper, libro, 2014. dove viene annunciata l’identificazione di Kosminski

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