Sala di una biblioteca antica in penombra, con scaffali di rotoli di papiro illuminati da un raggio di luce e un fuoco in fondo al corridoio, con il titolo «Chi distrusse davvero la biblioteca?»

Chi Distrusse la Biblioteca di Alessandria? I Quattro Sospettati

Alessandria d’Egitto, III secolo avanti Cristo. Nel porto arrivano navi da ogni angolo del Mediterraneo con grano, spezie e stoffe, e con qualcosa che pesa meno di tutto il resto ma per i sovrani della città vale molto di più: rotoli di papiro. Sopra il porto svetta il faro, ma il vero monumento di Alessandria non è di pietra. È la Biblioteca, un’istituzione che cerca di raccogliere, letteralmente, tutto lo scibile umano conosciuto. Oggi non esiste più, e di preciso non sappiamo nemmeno dove sorgesse l’edificio principale, quanti rotoli custodisse o in quale anno smise di funzionare.

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Sappiamo però chi è stato accusato di averla distrutta: Giulio Cesare, i cristiani del Serapeo, il califfo Omar e un quarto sospettato di cui quasi nessuno parla, l’imperatore Aureliano. Il video li mette uno accanto all’altro; qui trovi la cronologia, le fonti antiche e quelle moderne.

In questo episodio
  • III sec. a.C.Il Museion dei Tolomei: un istituto di ricerca, non un magazzino
  • 48 a.C.Giulio Cesare e l’incendio del porto
  • 391-415 d.C.Il Serapeo, Teofilo e il mito di Ipazia
  • 642 d.C.Il califfo Omar e una leggenda nata seicento anni dopo
  • 272 d.C.Aureliano e la distruzione del Bruchion
  • Cinque secoliIl declino che nessun colpevole spiega da solo

Il Museion: un istituto di ricerca, non un magazzino di libri

L’idea nasce con Tolomeo I, generale macedone di Alessandro Magno diventato re d’Egitto dopo il 323 a.C., e viene ampliata dal figlio Tolomeo II Filadelfo. Si chiama Museion, “casa delle Muse”, ed è un intero istituto di ricerca: alloggi per gli studiosi, sale di lettura, una mensa comune a spese dello stato, un giardino botanico, perfino uno zoo per lo studio comparato degli animali. Secondo la tradizione antica il consigliere fu Demetrio Falereo, ex governatore di Atene rifugiato alla corte di Tolomeo I.

Dipinto di studiosi in tonaca che leggono e scrivono a tavoli di legno in una sala a volta con scaffali di rotoli
Illustrazione di fantasia di una sala di studio con rotoli e libri: evoca l’ambiente del Museion, non è una ricostruzione archeologica.

La caccia ai libri non era gentile. Le fonti antiche raccontano che le navi in porto venivano perquisite: i rotoli trovati a bordo erano confiscati, copiati dagli scribi e a volte restituiti come copie, mentre gli originali restavano alla biblioteca. Negli inventari questi testi avevano un’etichetta, “dalle navi”. Il caso meglio documentato è quello di Tolomeo III, che ottenne dagli arconti di Atene le copie ufficiali di Eschilo, Sofocle ed Euripide depositando quindici talenti d’argento di garanzia, e poi trattenne gli originali rimandando ad Atene solo delle copie, perdendo volontariamente la cauzione.

Per ordinare questo oceano di rotoli Callimaco di Cirene compilò i Pinakes, un catalogo in 120 libri per genere e per autore, considerato da molti storici il primo catalogo bibliografico dell’Occidente. Gli studiosi alessandrini svilupparono inoltre il confronto sistematico fra copie di uno stesso testo, antenato del metodo filologico, con edizioni critiche di Omero segnate a margine. Al suo apice, secondo gli antichi, la biblioteca conservava fra 400.000 e 700.000 opere: cifre che gli storici trattano con cautela, perché nessuna fonte contemporanea le conferma e un “rotolo” conteneva spesso solo una parte di un’opera. Lì Eratostene calcolò la circonferenza della Terra, Euclide sistematizzò la geometria negli Elementi e Aristarco di Samo propose un universo con il Sole al centro.

Primo sospettato: Giulio Cesare e l’incendio del 48 a.C.

Nel 48 a.C. Cesare, arrivato ad Alessandria inseguendo Pompeo, si ritrova bloccato nel porto dalla flotta egiziana nel conflitto fra Cleopatra e il fratello Tolomeo XIII. Per non farsi catturare le navi, ordina di incendiare quelle egiziane. Il fuoco, in una città piena di legno e materiali infiammabili sulle banchine, si propaga alla zona portuale. Plutarco, che scrive un secolo e mezzo dopo, afferma che l’incendio distrusse la grande biblioteca; Seneca cita una fonte perduta secondo cui andarono bruciati quarantamila rotoli.

Ma Cesare, nei Commentarii sulla guerra civile, non dice di aver distrutto una biblioteca. Cassio Dione parla di magazzini con grano e libri nella zona portuale, non della fine del Museion. Secondo la ricostruzione topografica più recente, il punto dell’incendio era distante dall’edificio principale, e con ogni probabilità bruciò un magazzino sul lungomare con rotoli destinati all’esportazione. Il Museion, inoltre, esisteva ancora: il geografo Strabone, che lavorò ad Alessandria intorno al 20 a.C., lo descrive come parte del palazzo reale, con un portico, un’esedra e una grande sala dove gli studiosi mangiavano insieme.

Secondo sospettato: il Serapeo, Teofilo e il mito di Ipazia

Nel 391 d.C. l’imperatore Teodosio I vieta i culti pagani. Il patriarca Teofilo interpreta l’editto come un’autorizzazione, dopo scontri di piazza fra pagani asserragliati nel Serapeo e cittadini cristiani, e un rescritto dello stesso Teodosio, arrivato da Costantinopoli durante l’assedio, chiude ogni possibilità di accordo. Il tempio, che secondo Ammiano Marcellino era l’edificio più splendido del mondo dopo il Campidoglio di Roma, viene demolito. Al suo posto sorgerà una chiesa dedicata a san Giovanni Battista.

Ma il Serapeo non era il Museion originale: con ogni probabilità era una biblioteca “figlia”, nata per ospitare parte del patrimonio della maggiore. Nel 415 d.C. una folla cristiana uccide Ipazia, filosofa e matematica, nel pieno dello scontro fra il patriarca Cirillo e il prefetto Oreste. Fu un omicidio politico e religioso, gravissimo e reale. Non esiste però nessuna fonte antica che la dica bibliotecaria della grande biblioteca, e la sua morte non coincide con la distruzione di alcun edificio. Gli storici moderni discutono ancora quanto Cirillo abbia ordinato direttamente l’aggressione o creato il clima che la rese possibile; Socrate Scolastico ne scrive con evidente disapprovazione, senza attribuirgli un ordine esplicito.

Dipinto di notte di un grande edificio con cupola e guglie accanto a un edificio più piccolo con cupola dorata
Illustrazione di fantasia: due edifici, uno grande e uno piccolo, a rappresentare la biblioteca maggiore e la sua “figlia” del Serapeo; non è una ricostruzione archeologica.

Terzo sospettato: il califfo Omar e una storia di seicento anni dopo

Nel 642 d.C. le truppe di Amr ibn al-As conquistano Alessandria. Secondo la leggenda il califfo Omar avrebbe risposto che se quei libri concordano con il Corano sono superflui, e se lo contraddicono sono empi: in ogni caso da distruggere. Sarebbero stati dati come combustibile ai quattromila bagni pubblici della città, e avrebbero bruciato per sei mesi.

Il primo a raccontarlo è però Gregorio Bar Hebraeus, storico siriaco del XIII secolo, seicento anni dopo i fatti. Nessun cronista vicino alla conquista, né arabo né cristiano, lo menziona: non Giovanni di Nikiu, non Sofronio, patriarca di Gerusalemme, che pure documenta con ostilità verso gli arabi la caduta della città. Già Edward Gibbon nel Settecento aveva sollevato dubbi, e nel Novecento Bernard Lewis ha parlato di un aneddoto tardo, costruito per finalità polemiche. Anche Amr, ritratto dalla leggenda come distruttore, è ricordato dalle fonti più vicine come un amministratore pragmatico che mantenne funzionari copti e fece ripristinare un antico canale fra il Nilo e il Mar Rosso.

Il quarto evento: Aureliano e il Bruchion nel 272 d.C.

Il quarto evento è quello di cui quasi nessuno parla. Nel 270 d.C., durante la crisi dell’impero, la regina Zenobia di Palmira occupa la Siria, gran parte dell’Anatolia e l’Egitto, Alessandria compresa. Fra il 271 e il 272 l’imperatore Aureliano riconquista la città con un assedio durissimo concentrato sul Bruchion, il quartiere reale che ospitava i palazzi dei Tolomei e, secondo la ricostruzione più accreditata, l’edificio originale del Museion. Le fonti lo descrivono ridotto a un deserto urbano, uscito dalle mura ricostruite e ancora citato come terra abbandonata in una fonte del 392 d.C.

Dipinto di soldati romani con una torre d’assedio e una catapulta davanti a mura in fiamme, di notte
Illustrazione di fantasia di un assedio con torri e catapulte, per evocare la riconquista di Alessandria sotto Aureliano; non è una ricostruzione archeologica.

Per molti storici è la prova più solida su cosa accadde all’edificio fisico. Non è famoso perché non ha un colpevole con una frase da citare: Aureliano non odiava la biblioteca, la distrusse come effetto collaterale di una riconquista militare, nel decennio che gli storici chiamano la Crisi del Terzo Secolo.

Perché nessuno dei quattro basta

Il declino, secondo la maggior parte degli storici, non fu un colpo isolato ma una somma di cause. I Tolomei, travolti da guerre e lotte dinastiche, ridussero i finanziamenti a un’istituzione che viveva di denaro reale, e sotto Tolomeo VIII una purga politica contro gli intellettuali spinse molti stranieri a lasciare la città. Poi la fuga dei cervelli verso Roma e altri centri, aggravata nel 30 a.C. dall’annessione dell’Egitto all’impero, quando Alessandria smise di essere una capitale. Infine le crisi e le guerre civili, di cui l’assedio di Aureliano è solo il momento più violento. Un’università prestigiosa che perdesse in alcune generazioni fondi e ricercatori migliori non chiuderebbe da un giorno all’altro: sarebbe, a un certo punto, un edificio quasi vuoto. È il destino che gli storici attribuiscono al Museion.

Nel 2002 sul lungomare di Alessandria è stata inaugurata la Bibliotheca Alexandrina, nata da un progetto internazionale sostenuto dall’UNESCO come erede simbolica, non archeologica, di quella antica.

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Se dovessimo scegliere, fra i quattro nomi, quello con le prove più solide contro di sé sarebbe con ogni probabilità Aureliano, l’imperatore quasi dimenticato del 272 d.C. Eppure continuiamo a indicare Cesare o il califfo Omar: nomi più familiari, storie più nette, colpevoli più comodi. Della più grande biblioteca del mondo antico non resta una pietra sicuramente identificabile, e dopo duemila anni di indagini non si può indicare con certezza un unico colpevole.

Cosa dicono le fonti: Strabone, la biblioteca “figlia” e le date che non tornano

Strabone è il testimone più citato a favore di Cesare, ma va letto con attenzione. World History Encyclopedia, che segue Canfora, ricorda che il geografo lavorava ad Alessandria intorno al 20 a.C., descrive il Museion come “parte del palazzo reale” con un portico, un’esedra e una grande sala per i pasti comuni degli studiosi, e non nomina una biblioteca come tale. The Historian’s Hut nota che Strabone parla della collezione al passato e lamenta di non trovare copie per i confronti. Pages Of History lo legge invece come prova di un Museion ancora in funzione. Per World History Encyclopedia e Pages Of History il Museion esisteva ancora dopo il fuoco di Cesare; per The Historian’s Hut conta il tono al passato. Non è chiaro quanto fosse ancora ricca la biblioteca.

Anche la biblioteca “figlia” del Serapeo ha date diverse a seconda della fonte. World History Encyclopedia la fa nascere sotto Tolomeo II, con 42.800 rotoli al tempo di Callimaco; The Historian’s Hut sotto Tolomeo III, citando le parole di Epifanio, che la chiama “la sua figlia”. David Bentley Hart ammette che una biblioteca “figlia” possa esserci stata nell’area del Serapeo, ma la colloca alla fine del III secolo a.C. oppure alla fine del II secolo d.C., dopo un restauro del tempio, e ritiene la grande biblioteca ormai scomparsa nel 391.

Infine il quarto sospettato. Per World History Encyclopedia la lotta fra Zenobia e Aureliano è del 270-271 d.C., per Pages Of History l’assedio è del 272, per The Historian’s Hut la seconda rivolta e la punizione di Alessandria sono del 273. Tutte concordano sul Bruchion: The Historian’s Hut riporta Ammiano Marcellino, secondo cui, al tempo di Aureliano, la città perse la maggior parte del quartiere, che “per molto tempo era stato la dimora scelta da uomini eminenti”.

Le fonti

Per ciascun sospettato il fact-check dello script ha richiesto almeno tre fonti indipendenti. I link portano a pagine che abbiamo aperto e controllato; per i punti in cui le fonti non coincidono lo diciamo nel testo.


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