Alessandro Magno e il mistero della tomba mai ritrovata

Dov’è la Tomba di Alessandro Magno? Il Mistero Mai Risolto

Babilonia, la notte tra il 3 e il 4 giugno del 323 avanti Cristo. Nel palazzo che fu di Nabucodonosor II, un uomo di trentadue anni giace febbricitante su un letto. Pochi giorni prima aveva banchettato fino a notte fonda, come faceva spesso. Poi era arrivata la febbre, poi il dolore alla schiena e allo stomaco, poi, giorno dopo giorno, la forza per parlare o muoversi lo aveva abbandonato. Quell’uomo si chiama Alessandro Magno, re di Macedonia, faraone d’Egitto, re dei re di Persia: a trent’anni aveva già ridisegnato la mappa del mondo antico. Ai suoi generali che gli chiedevano a chi lasciasse l’impero, rispose, secondo la tradizione, con una sola parola: “al più forte”. Poche ore dopo era morto.

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Da quella notte nascono due misteri che attraversano duemilatrecento anni di storia. Il primo: cosa uccise davvero Alessandro Magno, malattia o veleno. Il secondo, forse ancora più inquietante: dove si trova oggi il suo corpo, sepolto con tutti gli onori dovuti al più grande conquistatore dell’antichità e poi, a un certo punto della storia, semplicemente svanito.

In questo episodio
  • 356 a.C.Il ragazzo che voleva superare suo padre
  • 323 a.C.Dodici giorni di agonia a Babilonia
  • 323 a.C.Le teorie sulla causa della morte
  • 321-215 a.C.Il corpo conteso e il mausoleo scomparso
  • OggiLa ricerca che non si è mai fermata

Alessandro Magno, il ragazzo che voleva superare suo padre (356-336 a.C.)

Alessandro Magno nasce nel 356 avanti Cristo a Pella, capitale del regno di Macedonia, figlio del re Filippo II e della regina Olimpiade. Le fonti antiche lo descrivono fin da bambino come un ragazzo di intelligenza inquieta e di un’ambizione che sembrava eccessiva persino per un principe. Suo padre Filippo non era un sovrano qualunque: aveva trasformato la Macedonia da regno periferico a potenza egemone su tutta la Grecia, riformando l’esercito e introducendo la celebre falange con le lunghe lance chiamate sarisse. Ad Alessandro adolescente affida il miglior maestro che il mondo greco potesse offrire, Aristotele, che per alcuni anni gli insegna filosofia, medicina e retorica.

Nel 336 avanti Cristo Filippo viene assassinato durante il matrimonio della figlia. Alessandro Magno, appena ventenne, eredita il trono e, nel giro di pochi anni, un esercito già temprato dalle campagne del padre. Attraversa l’Ellesponto nel 334 avanti Cristo con l’obiettivo dichiarato di vendicare le invasioni persiane della Grecia di un secolo prima. Sconfigge i persiani al Granico, poi a Isso, dove mette in fuga lo stesso Gran Re Dario III. Conquista la costa fenicia dopo l’assedio di Tiro, entra in Egitto quasi senza resistenza e lì fonda una città che porterà il suo nome per sempre: Alessandria d’Egitto, destinata a diventare uno dei centri culturali più importanti del mondo antico, e il luogo dove il mistero della sua tomba metterà radici.

Dodici giorni di agonia a Babilonia (323 a.C.)

Le fonti antiche che raccontano gli ultimi giorni di Alessandro non sono testimonianze dirette: le narrazioni più dettagliate che possediamo, quelle di Arriano, Plutarco, Diodoro Siculo e Curzio Rufo, furono scritte almeno tre secoli dopo i fatti. Verso la fine di maggio del 323 avanti Cristo Alessandro Magno partecipa a una serie di banchetti a Babilonia. Al termine di uno di questi, secondo Plutarco, viene colto da un dolore acuto, come se una lancia lo avesse trafitto alla schiena. Undici giorni dopo, secondo lo stesso Plutarco, muore: alcune fonti secondarie moderne parlano di un decorso complessivo di dodici giorni dall’inizio dei sintomi, un dettaglio che gli storici considerano coerente con la cronologia riportata dagli antichi.

Dipinto di sei uomini in tunica seduti e sdraiati su divani attorno a un tavolo basso con coppe e brocche, alla luce di torce
Illustrazione dell’episodio: un banchetto serale fra compagni sdraiati sui divani, a evocare la festa data da Medio di Larissa a Babilonia.

Malattia o veleno? Le teorie sulla causa della morte

Arriano, uno degli storici antichi più affidabili secondo il giudizio degli studiosi moderni, riporta nella sua Anabasi una versione dettagliata della teoria dell’avvelenamento: un veleno così potente da non poter essere contenuto in nessun recipiente comune se non nello zoccolo di un mulo, preparato da Aristotele stesso per vendicare la morte del nipote Callistene, giustiziato anni prima per ordine di Alessandro. È un racconto quasi cinematografico nella sua struttura, e proprio per questo Arriano lo tratta con evidente scetticismo: la maggior parte degli storici, scrive testualmente, ritiene che sia semplicemente una storia inventata. Plutarco, nella sua Vita di Alessandro, riporta una versione molto simile precisando che questa voce iniziò a circolare solo sei anni dopo la morte di Alessandro Magno, e la giudica anch’egli, con parole altrettanto nette, quasi certamente priva di fondamento.

C’è un dettaglio, riportato sia da Arriano sia da Plutarco, che nel corso dei secoli è stato spesso frainteso o addirittura capovolto nel suo significato originale: entrambi raccontano che il corpo di Alessandro, nei giorni successivi alla morte, non mostrò segni di decomposizione, ma rimase, nelle parole di Plutarco, “puro e fresco”. Nessuno dei due storici antichi presenta questo dettaglio come una prova di avvelenamento o come un indizio di complotto. Lo presentano, esplicitamente, come l’esatto contrario: una prova a favore della natura divina o straordinaria del corpo del re, e quindi un argomento che rende meno credibile, non più credibile, l’ipotesi di un veleno. Studiosi più recenti hanno proposto anche l’ipotesi di una pancreatite acuta necrotizzante, aggravata da anni di abuso di alcol: resta un’ipotesi tossicologica costruita a posteriori, non una prova, ma è quella che i tossicologi moderni considerano più coerente con la cronologia riportata dalle fonti.

Il corpo conteso e il mausoleo scomparso (323-215 a.C.)

Alla morte di Alessandro Magno l’impero si spacca tra i suoi generali, i diadochi, e con esso si spacca anche la sorte del suo corpo: diventa un simbolo di legittimità politica così potente che uno dei diadochi, Tolomeo, dirotta il corteo funebre diretto verso la Macedonia e lo porta in Egitto. Fu un successivo sovrano tolemaico, quasi certamente Tolomeo IV Filopatore, a trasferirlo definitivamente ad Alessandria d’Egitto e a farlo collocare, intorno al 215 avanti Cristo, in un grande mausoleo monumentale noto nelle fonti antiche come il Soma. Nei secoli successivi, Alessandria fu colpita da una serie di disastri naturali: terremoti e maremoti, in particolare uno violentissimo nel 365 dopo Cristo, causarono lo sprofondamento di intere porzioni della città antica, incluso probabilmente il quartiere reale dove sorgeva il Soma, oggi sommerso nelle acque del porto orientale della città moderna. A questo si aggiunge, semplicemente, il tempo: Alessandria è abitata ininterrottamente da oltre duemila anni, e ogni epoca ha costruito sopra le rovine della precedente.

Dipinto di una sala circolare con colonne, statue in nicchie e un sarcofago al centro sotto un’apertura nella cupola
Illustrazione di fantasia di un mausoleo con cupola e statue, per evocare il Soma di Alessandria; non è una ricostruzione archeologica.

Chi cerca oggi la tomba di Alessandro non sta cercando un sito isolato nel deserto, come la tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re: sta cercando qualcosa che potrebbe trovarsi sotto un quartiere densamente abitato di una città moderna di oltre cinque milioni di persone, sommerso sotto le acque del porto, oppure, secondo l’ipotesi più scenografica, altrove del tutto. Il ricercatore britannico Andrew Chugg sostiene da anni che le reliquie trafugate dai mercanti veneziani ad Alessandria nell’anno 828, tradizionalmente identificate come i resti di San Marco Evangelista e oggi conservate nella basilica che porta il suo nome, sarebbero in realtà il corpo di Alessandro Magno, sostituito con quello del santo per motivi politici, in un’epoca in cui trafugare le spoglie di un condottiero pagano sarebbe stato assai più problematico che sottrarre le reliquie di un evangelista cristiano.

La ricerca che non si è mai fermata

Per oltre vent’anni l’archeologa Calliope Limneos-Papakosta ha condotto scavi sistematici nel cuore di Alessandria moderna, in un’area che gli studi topografici indicavano come plausibilmente vicina all’antico quartiere reale. Il suo lavoro, condotto fino a circa dieci metri sotto il livello stradale attuale, non ha portato alla luce la tomba, ma ha prodotto la prima conferma fisica delle fondamenta dell’antico quartiere reale sepolto sotto la città moderna. L’archeologia subacquea nel porto orientale, per quanto abbia restituito scoperte straordinarie negli ultimi decenni, incluse porzioni del palazzo reale tolemaico, resta un lavoro lentissimo e costoso, limitato dalla scarsa visibilità delle acque.

Dipinto di tre scavatori con pennelli e cazzuole in un tunnel di pietra illuminato da una lanterna
Illustrazione dell’episodio: archeologi al lavoro in un passaggio sotterraneo, a evocare le campagne di scavo alla ricerca della tomba.
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Duemilatrecento anni, oltre centoquaranta scavi, e la tomba di Alessandro Magno non è mai stata ritrovata. Non distrutta, non perduta in un naufragio: semplicemente scomparsa, sotto gli occhi della storia. Che sia ancora sotto le strade di Alessandria, sommersa nel suo porto, o davvero custodita a Venezia sotto un altro nome, resta uno dei pochi grandi misteri dell’antichità che la scienza moderna non è ancora riuscita a chiudere.

Cosa dicono le fonti: i nomi dell’avvelenamento, i diari di corte e la tomba

Arriano, nel capitolo 7.27, dà i nomi di chi sarebbe stato dietro il veleno. Antipater avrebbe mandato una medicina manomessa, che Aristotele, spaventato dopo la morte di Callistene, avrebbe preparato; il figlio di Antipater, Cassandro, l’avrebbe portata, secondo alcuni in uno zoccolo di mulo, e a darla ad Alessandro Magno sarebbe stato il fratello minore di Cassandro, Iolla, il suo coppiere. Altre versioni accusano Medio, amante di Iolla, che aveva invitato Alessandro a bere dopo il primo banchetto. Per TheCollector, Diodoro, Curzio e alcuni studiosi moderni hanno proposto che Antipater, vicino ad Alessandro Magno con due figli, abbia ordinato l’avvelenamento. Secondo Wikipedia, in Giustino lo zoccolo è invece di cavallo.

Le obiezioni sono due. Robin Lane Fox, citato da Wikipedia, giudica l’avvelenamento “tecnicamente implausibile”: una dose capace di uccidere sarebbe stata fulminea, mentre diari e calendari ufficiali danno dodici giorni fra il banchetto di Medio e la morte. E il libello Liber de Morte Testamentoque Alexandri, che accusa la famiglia di Antipater, sarebbe nato nella cerchia di Poliperconte non prima del 317 a.C. circa, con scopi politici. Anche i diari di corte sono discussi: nelle note a Arriano, Livius osserva che i diari registrano la notte di alcuni ufficiali nel tempio di Serapide, un culto “inventato” in Egitto più di una generazione dopo la morte di Alessandro: per lui i diari non sono contemporanei, ma una fabbricazione successiva. Chugg, citato da Wikipedia, sostiene invece che siano probabilmente autentici e propone la malaria.

Sulla tomba le ipotesi non sono meno distanti. Per Paul Cartledge, citato da GreekReporter, Alessandro non può che essere sepolto ad Alessandria: Tolomeo I dirottò il corteo funebre e portò il corpo a Menfi, e in città esistono quattro possibili luoghi. Per Christian de Vartavan, intervistato da TheCollector, la tomba stava all’incrocio delle strade principali, come per ogni fondatore di città greca, e fu poi spostata a est, forse dove sorge la cosiddetta Tomba di Alabastro.

Le fonti

Le fonti antiche sono state lette direttamente; quelle moderne sono pagine che abbiamo aperto e controllato. Dove le interpretazioni divergono lo diciamo nel testo.


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